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Terremoti a due velocità. E’ questa l’unica definizione che mi viene in mente per le sensazioni che il 2011 mi sta lasciando se parliamo di business e innovazione. La prima dimensione, quella meno interessante, è decisamente operativa. Gamification, storytelling, green: tendenze. Nulla più. Poi c’è la seconda dimensione, quella della sostenibilità economica, dei volumi, del fare scala, dell’attenzione globale e istituzionale, delle grandi imprese. Quel “become mainstream” che si potrebbe adattare alle persone, alle aziende, ai progetti, ai media. Una dimensione che passa senza dubbio da business angels e venture capitals, mondi che noi vediamo lontani e intangibili, che altri però cominciano a percepire. Anche qui due dimensioni. Da esplorare.

La prima è legata alla presenza di incubatori e start up in Italia, qualcosa sta cambiando. La seconda però è quella su cui voglio concentrarmi e passa per il trasferimento di conoscenze e soprattutto cultura ai giovani prima dell’accesso degli stessi al mondo del lavoro, questa componente manca del tutto. Leggo una bella nota di Fabrizio Capobianco di Funambol che, primo tra pochi, non vede nero. E infatti viene dagli Stati Uniti. Questo è un segnale importante perché è vero che qualche cosa sta cambiando e che si comincia a sviluppare una vorticosa potenza di fuoco nel premiare le idee: i soldi ci sono, le persone ci sono, le idee non mancano. Ma la cultura del rischio latita in maniera incredibile. La fuori io vedo giovani impauriti, pronti a farsi assorbire dal mondo del lavoro bramando 1.200 euro al mese e una routine assordante. Impiegati in banca stressati, quando va bene, a 35 anni e insoddisfazione permanente e pervasiva. Non è detto che, come dice Mario Draghi, il futuro sia nella crescita, ma poco ci interessa in questa fase. A noi interessano le dinamiche culturali ed il ruolo che i trampolini di lancio dei giovani, università e master, hanno nel futuro. Anche in questo futuro di idee, rischio e fallimento come opportunità per ripartire. Dice Ivan Illich:

Anche la scuola è una droga: “Certo, l’inganno di cui sono responsabili i rappresentanti del sistema-scuola, è meno evidente dei rappresentanti di Coca-Cola o Ford, ma è pericoloso. Invitano al consumo di una droga più perniciosa ancora. Frequentare la scuola elementare rappresenta un lusso per nulla inoffensivo: penserei agli indios delle Ande che masticano coca e si ritrovano asserviti ai loro padroni. E più un individuo ha assaggiato la droga della scuola più soffre quando deve rinunciarci. In effetti un abbandono scolastico dopo sette anni provoca maggiore senso di inferiorità rispetto a chi abbandona la scuola dopo tre anni. L’oppio della scuola è più forte di quello delle chiese di un tempo.

Completo con la nota di Fabrizio:

Lo so che non mi sente nessuno. Lo so che ci credo solo io. Ma invece dovete proprio credermi: stiamo facendo passi da gigante. Il motivo per cui io li vedo, e chi e’ in Italia no, e’ solo una questione logistica. Io vivo lontano, guardo da fuori, non sono in mezzo alla melma a nuotare (per forza che si vede nero…). Ho un punto di vista privilegiato. Da qui si vede in Italia una Silicon Valley che nasce, un ecosistema che si sta costruendo, una mentalita’ che sta cambiando. Da Mind the Bridge a Working Capital, dai Mille all’Agenda Digitale. Siamo sulla strada giusta, un po’ di pedalate e scolliniamo, non fra cento anni, e neanche fra dieci, possiamo farcela in cinque.

E concordo con tutto, e concordo nell’intravedere un futuro migliore, ma la mia sensazione è che l’imbuto della meritocrazia, in cui credo, sia stato stretto nel punto sbagliato: non possono essere solo i giovani “che hanno capito” che devono essere rivoluzionari ad avere un’opportunità. Non possiamo avere solo grandi opportunità o zero opportunità. Quello che le università per prime devono costruire è una terra di mezzo fatta non più di mediocrità ma di buoni progetti. E soprattutto di possibilità di sviluppo di eccellenze. L’ottimo lavoro che molti angels stanno facendo bellamente ignora i luoghi elettivi ove si forgia il futuro, anche e soprattutto per colpa dei luoghi stessi. Se vogliamo farcela in 5 anni non possiamo solo dire che qualcosa sta cambiando, dobbiamo anche scaricare a terra quella potenza di fuoco che le sirene americane ed il profumo di futuro stanno portando, innegabilmente, anche in Italia.

Potremmo partire da Hannah Arendt e rileggere la sua nota sulla descolarizzazione della società applicandola al business: “gli adulti devono impartire un’educazione sufficientemente tradizionale per permettere ai figli di essere rivoluzionari“. Quali sono i primi passi da compiere?

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