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Di Alice Mancuso

Tell me a fact and I’ll learn. Tell me a truth and I’ll believe. But tell me a story and it will live in my heart forever. (Rocket Watcher)

In una realtà frammentata in continui messaggi in entrata e in uscita, la coerenza e la continuità di un racconto possono fare la differenza sulla capacità di predisporre lo spettatore ad accogliere dentro di sé i valori e le idee trasmesse, in maniera naturale e spontanea. Lo storytelling si sta rivelando una scelta vincente che gradi brand come Apple o Nike hanno ormai radicato nella propria strategia di marketing.

Gli ingredienti di una “buona” storytelling, secondo Rocket Watcher sono 4:

  1. Illustrare in modo chiaro l’USP del prodotto
  2. Produrre una storia breve e facilmente raccontabile, quindi memorabile
  3. La storia dovrà avere una forte rilevanza rispetto al proprio target (n.d.r. il target deve essere sempre il punto di partenza dal momento che decide lo stile, i toni, il vocabolario che verrà usato nella storia)
  4. E’ necessario parlare di risultati concreti e misurabili

Come osserva Rocket Watcher, soprattutto le piccole e medie aziende risultano inibite rispetto allo storytelling, convinte del fatto che crei nel pubblico un’immagine di scarsa professionalità dell’azienda che le produce.

Seth Godin propone l’esempio di Obama o di Gandhi affermando i grandi leader hanno saputo trasmettere i loro valori, attraverso storie capaci di interagire con la sfera emotiva del loro pubblico. La traduzione dell’insegnamento rilasciatoci da esempi di grandi comunicatori in termini di marketing dovrebbe rendere chiari alcuni punti:

  1. Il cliente non è più abituato ad ascoltare, quindi deve essere predisposto all’ascolto.
  2. La continuità del messaggio prima nella esposizione di chi lo emette e poi nella elaborazione di chi lo riceve presuppone una forte coerenza rispetto ai contenuti e alle formule usate per declinarlo
  3. La storia raccontata deve essere semplice, reale e stupefacente, diversa da qualunque altro messaggio pubblicitario.

Il pubblico risulta ormai educato allo storytelling, a mio avviso, soprattutto grazie al culto radicato dei videoclip musicali. Il videoclip, diffuso soprattutto attraverso canali tematizzati (un esempio su tutti è quello di MTV), propone il prodotto “canzone” in una cornice narrativa che colpisce l’emotività dello spettatore e crea una continuità tra i diversi video di uno stesso artista, caratterizzando il cantante al pari del suo genere musicale o della sua immagine.

Lo storytelling oggi serve a far fluire la comunicazione promozionale fino ad interagire con le emozioni, la narrazione non serve più come prologo del prodotto, ma diviene contenuto, messaggio che si rivolge ai clienti. Nello storytelling si predispone lo spettatore a “vivere” l’esperienza del prodotto ricorrendo a una comunicazione fluente che si appella a una sfera “intima” che annulla le resistenze del pubblico verso il continuo bombardamento promozionale.

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