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Risposta: boh. Dopo alcuni mesi in cui la componente formativa del mio lavoro è stata piuttosto presente e interessante non potevo non dar conto di quanto si palesa ai miei occhi parlando di apprendimento, universitario in particolare. Mi sento di escludere subito dalla “torta” quelle specializzazioni e lauree scientifiche, tecniche, mediche, che di certo risentono dell’andamento generale ma solo in parte affrontano le problematiche che travolgono le famigerate parole marketing e comunicazione.Ciò che più preoccupa è il trionfo dei luoghi comuni (l’università è quello che un tempo erano le superiori.., oggi ci vuole il master) unito a una generale situazione di rassegnazione che sembra molto lontana dal fervore che altrove è invece ben presente come riporta Loretta Napoleoni nel suo bel “Maonomics“: “Nella Cina contemporanea come in poche altre nazioni al mondo si ha l’impressione di essere parte della storia, anche se solo in qualità di spettatore“. In Italia si ha l’impressione di essere parte della disfatta, figli di un declino che costringe a vivere sulle spalle di genitori stanchi e ancora loro malgrado lavoratori in un clima di ansia, stress e malcontento. E’ quanto emerge dalle varie chiacchierate con tanti giovani tra i 20 e i 35 che forse anagraficamente più giovani non sono ma che tali si sentono visto che non hanno ancora trovato una collocazione stabile e per questo credono che quello che “faranno da grandi” debba ancora arrivare.

Spero sinceramente di essere l’osservatore distratto di un errato campione statistico, temo però che la realtà sia quella che si presenta ogni giorno di fronte ai nostri occhi. Dal giovane del sud che cito testualmente “mi conviene molto di più imbiancare la casa del mio vicino, guadagno 1.500 euro in tre giorni, piuttosto che fare il commerciale con questo trattamento, non solo economico” o il neolaureato in comunicazione, a piedi dopo un anno e mezzo di ricerche che si iscrive ad un master ben conscio del fatto che “so di pagare il placement“.

Dalle mie parti si direbbe “è un casino“, non tutti hanno la possibilità di fare impresa a 23 anni, e non tutti ne hanno l’attitudine. La parola “flessibilità” sta diventando sinonimo di “domani incerto” e lo stage non è più una moda, ma una solida e triste realtà. In questo scenario, cosi debole e incerto, si colloca l’offerta dell’università italiana, oggi grande organizzatrice di eventi atti a promuovere la propria offerta ma incapace di formare le figure più richieste sul mercato, dai web marketers (economia?) ai seo specialist (informatica?) ad esempio.. L’università è sempre più un passaggio obbligato per apprendere un dizionario concettuale di sicuro interesse che resta però lontano dalle richieste di un mercato tanto mutevole quanto incerto sulle proprie sorti. Meritocrazia è una parola di moda, che perde però valore. Incontro ogni giorno ragazzi che fanno di tutto per essere dei veri e propri “studenti 2.0” compreso il blog personale, una buona valutazione finale e una decente cultura di base. Il mercato però se li rimbalza come raramente ha fatto, di certo a causa di saturazione e crisi, la mia sensazione però è che stia venendo a mancare quella fascia di mezzo di onesti lavoratori che non aspirano a decidere ma prima o poi vogliono smettere di fotocopiare, a breve un post su cosa significa “stage fotocopie” al tempo del web.. visione troppo drastica?

P.s. un appunto sull’immagine: il titolo iniziale del post era “laurea..ah..ah”, poi mi sono dato un contegno 🙂

Serve anche a te? Pensi che la tua azienda ne abbia bisogno?
 

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