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La notizia via minimarketing della chiusura di elmanco, forse il miglior blog spontaneo e “uniproprietario” italiano, mi sconvolge e non poco. Il web è fatto di certezze e in rete non c’è posto per i tentennamenti, cosi come in borsa qui è tutto virale e pandemico e l’idea della morte di un blog è una cosa che non può appartenerci e non ci trova pronti, non ora, non lui. Diverse cose mi saltano alla mente:

– elmanco è un’antinomia del web, i blog sono un’antinomia: siamo di fronte ad un particolare paradosso, vendere elmanco (cosa logica) significherebbe probabilmente distruggerlo perchè il blog è indissolubilmente legato a chi lo ha generato, vendere elmanco significa quindi vendere Stefano Ricci, cioè elmanco. Stefano, sei in vendita?

che fare? Nulla, se non vivere la consapevolezza che la propria posizione va consolidata in un mix di vecchio e nuovo che non può prescindere dal vecchio. Quando Elmanco dice che torna ad occuparsi di architettura alcune cose che noi abbiamo sempre detto cadono, l’economia dei servizi cade, e la cosa che più mi pesa è che la base (il blog) era eccellente, cosa è mancato?

che pensare? Un bel casino, niente di più. I modelli di business legati ai blog sono forse meno aderenti alla long tail di quanto lo siano i grafici del traffico, la domanda è: elmanco ha sbagliato qualcosa o di solo blogging-pr non si vive punto e basta?

come evitare che accada altri? Forse l’errore di molti è quello di rendere troppo sociale e poco consulenziale la propria attività. E’ vero che dobbiamo ripensare i modelli di business, che l’utente è “2.0 da matti” e chi più ne ha più ne metta, se vogliamo però dirci la verità, e per una volta diciamocela, la vendita è ancora la regina della festa, chi vende vince. Vendiamo cose diverse ma l’errore di elmanco è stato quello di essere troppo poco tangibile per vendere sé stesso (purtroppo siamo ancora uomini e spostarsi materialmente è molto poco 2.0) e troppo bello e impossibile per vendere il proprio blog, un gioiello, un’oasi ma anche un prodotto editoriale complesso che non ha trovato il canale ideale.

Come capite sono molto sconfortato dalla notizia perchè fa crollare alcuni miti sulla sostenibilità del web innovativo ed in particolare del web 2.0: se un blog non può vivere da solo, un blog è un braccio di un’altra entità, dobbiamo prenderne atto, capire che la nostra attività non può e non potrà mai essere blog-centrica, il blog sta al business come l’automobile sta all’uomo, è un mezzo non un fine. Io credo che noi di marketingarena l’abbiamo capito, nessuno infatti vive solo ed esclusivamente con marketingarena che resta una via di mezzo tra un sogno, un divertimento e una professione, il dispiacere è però legato all’idea che di possa vivere di 2.0 un pò come il ragazzotto in foto due post più sotto, computer sulle ginocchia e sdraio sotto il sedere, in realtà per vivere di 2.0 gli strumenti da utilizzare sono ancora uno stagista (buongiorno, lo vuole un blog?), un fax (ecco il preventivo) e una partita iva, fine dei sogni. Ed è giusto cosi. Bisogna essere bravi, viviamo un equilibrio precario meritocratico fino a un certo punto in cui si chiude una porta e si apre un portone, ma se il portone non si apre succede quello che è successo ad elmanco che giustamente pensa di chiudere baracca.

In bocca al lupo Elmanco, la prossima volta meno sogni e più business 1.0, di quello si campa ancora 🙂

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