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Da un po’ di tempo a questa parte la questione Alitalia sta occupando intere pagine della carta stampata e ampi spazi all’interno di tutti i tg nazionali e di molte trasmissioni di approfondimento giornalistico.
Tendo subito a precisare che tale post punta ad affrontare una questione economica piuttosto delicata e vuole mantenere il più possibile le distanze da qualsiasi questione di ordine politico, anche perché ritengo che dinnanzi a problemi di tale portata lo scontro politico per ottenere più voti alle prossime elezioni sia nocivo per l’economia dell’intero paese.
Tuttavia, più che fare un processo alle intenzioni, quello che da diversi giorni mi chiedo con assidua frequenza è se la vendita di un’azienda nazionale di grandi dimensioni (come l’Alitalia) ad una società estera (AirFrance) sia la strada più giusta da percorrere.
Mi sono posto più volte questa domanda perché, sebbene alcuni sostengano che in economia la storia non insegni, ritengo però che alcune indicazioni di carattere generale le possa fornire. Se ripercorriamo a ritroso la storia economica del nostro Paese, infatti, ci si può facilmente imbattere in alcuni casi straordinari che mostrano come non sempre si sia optato per la scelta migliore lasciando scomparire interi settori produttivi nei quali, in molti casi si è stati tra i primi nelle classifiche internazionali.
In più di un’occasione infatti, il criterio seguito dai governi che si sono susseguiti nella storia è stato quello di affermare il primato della politica nazionale e internazionale sulla razionalità economica. Mi viene in mente un esempio su tutti che meglio sintetizza tale concetto, ossia aver rifiutato di partecipare al consorzio Airbus in quanto si riteneva un’operazione troppo onerosa per il bilancio dello Stato. Ciò ha significato, come scrive Gallino, aver scelto di restar fuori dalla storia di maggior successo tecnologico e commerciale dell’Europa contemporanea; senza dimenticare la perdita in termini di nuovi posti occupazionali che l’adesione avrebbe portato per il nostro Paese.
Sempre con uno sguardo al passato, l’ondata di privatizzazioni che si è verificata a partire dagli anni Novanta, ha fatto registrare un aumento significativo di quote di capitale detenute da transazionali straniere di imprese operanti in Italia (40% dell’industria chimica, il 50% dell’industria alimentare, oltre a quote estremamente elevate nei settori della farmaceutica, dell’elettromeccanica e della siderurgia). Il risultato è che le imprese straniere tendono ad avere un minor senso di responsabilità nei confronti dei dipendenti acquisiti, delle comunità locali e di ogni altro portatore di interesse. Sempre lo stesso Gallino fa notare come il senso di responsabilità di un’impresa straniera è inversamente proporzionale alla distanza.
Se consideriamo quest’ultimo aspetto allora potremmo stare abbastanza tranquilli visto che la Francia è relativamente vicina, ma non credo sia proprio così. Anche se i sindacati continuano ad esercitare una forte pressione affinché la vendita della compagnia aerea non comporti degli oneri sociali insostenibili, sono convinto che con il tempo si rischi di rivedere per l’ennesima volta una storia già raccontata nel passato.
Ora, considerati questi fattori e rispolverati alcuni scheletri dall’armadio della nostra cara Italia, mi richiedo e vi chiedo: “è giusto vendere Alitalia ad una società estera o è preferibile una bordata italiana?”

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