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Più passa il tempo e più mi convinco che alla fine il mondo si riduce all’approccio con cui decidiamo di viverlo: attivo (pro-attivo) o passivo. Per l’università le cose vanno più o meno allo stesso modo, sappiamo bene che nessuno ci vieta di prendere un aereo per andare a vedere come funziona l’eccellenza (Usa) o la normalità (UK) ma sappiamo anche che possiamo vivere benissimo subendo quell’istituzione buona sola ad assorbire riforme e a riorganizzarsi in un nuovo nulla che è l’università italiana. Ne abbiamo discusso più volte, la nostra società ci da un bonus di 5 anni per fermarci, riflettere, pensare, giocare; credo davvero e sempre più che la maggior parte degli esami fatti siano un modo per dire “vi faccio vedere che mi merito altro tempo”, ma altro tempo per fare dell’altro. Ben venga un viaggio di esplorazione chiamato erasmus o lo sviluppo di un’idea personale (un blog?), ben venga lo studio personale di tematiche non troppo affrontate in quei corsi cosi standardizzati e grigi (spessissimo, non sempre). Non è più tempo di lanciare segnali a chi di dovere, è tempo di fare da soli. Il nuovo ragionamento da fare è a mio avviso questo: “lasciamogli credere che studiamo politica economica (a quanti serve la politica economica? a uno studente su 100?) e nelle nostre sere studiamo l’innovazione e proviamo a cambiare il mondo“.

Il mio ragionamento parte dal post “Stanford: una fabbrica di innovazione” di Gianluca Dettori su nova100, cercando un’immagine ad-hoc mi sono imbattuto nel video di youtube che vedete in alto, ed ho capito che Stanford è il modello che cui dobbiamo ispirarci per la nostra self university. Perchè essere ottimisti? Semplicemente perchè le forze che portano allo sfascio l’università italiana hanno un contrasto possibile, già attivo: noi. Questi ragazzi che partono dal problema del caffè da portare in bicicletta e, con un processo iterativo, arrivano all’innovazione non sono poi cosi distanti da noi. Il portacaffè è la prova che si può fare bene soltanto adottando un nuovo approccio. magari il fatto che la facoltà di ingegneria di Stanford sia organizzata in Information Technology, nanotech, ambiente e bio ingegneria aiuta, ma non è sui fatti che dobbiamo concentrarci, piuttosto è giusto farlo sulle idee. La forza contraria è youtube che ci permette di vedere cosa fanno gli altri ed imitare il design thinking process, se non ce lo insegneranno lo impareremo da soli, grazie a youtube e ai mille altri strumenti che la rete ci offre, vero appiglio di salvezza nel caos burocratico. Ma chi ci insegnerà a pensare? Per quello bastano pochi stimoli sensati, una famiglia che spinge o un corso universitario che ti cambia la visione d’insieme.

Io mi sento di lanciare ancora un messaggio di speranza, partiamo dagli approcci e non subiamo le premesse. anche se questo

Le classi sono molto informali e con un forte coinvolgimento degli studenti. Qui prevale la cultura del fare. Il 70% dei professori hanno meno di 50 anni (in Italia il 70% dei professori ha più di 65 anni)

..è un bel casino..

ce la faremo?

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