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Che cos’è realmente l’innovazione? Ci interroghiamo spesso su questo argomento, di pari passo alle nuove tendenze tecnologiche che spesso partono dalle grandi aziende, ma anche alla soluzioni creative provenienti dalle piccole realtà.

Schumpeter parlava di “distruzione creativa”, riferendosi alla vera innovazione: difficile, dolorosa e che a volte richiede la rinuncia a tutto ciò che si è imparato fino a quel momento.

È realmente così?

Mi chiedo perché a volte le aziende utilizzano la creatività solamente come esercizio di stile, senza metterla realmente al servizio del consumatore. Mi chiedo perché le aziende spesso guardano solo al proprio interno, magari alla propria avanguardia tecnologica, senza pensare che gli interlocutori possono non essere sulla stessa lunghezza d’onda.

Durante il workshop Nokia Only Planet 2008 di Helsinki a cui ho partecipato, si è parlato di creatività, design, innovazione. La lezione che ho imparato essenzialmente si basa su un fatto: per innovare bisogna osservare. Per creare, bisogna avere la consapevolezza di ciò che ci sta intorno, bisogna pensare, fallire, reagire, provare e riprovare. Occorre tempo, occorre visione locale, occorre comprensione delle diverse culture. Quanto più sei globale, tanto più devi pensare alle più piccole parti che compongono quella globalità.

Riporto inoltre cinque esperienze diverse, con un unico filo conduttore, con l’aiuto del magazine samsung DigitAll:

1. Diego Rodriguez (D.School Prof e IDEO): le attuali strategie di innovazioni sono troppo spesso in un’ottica top-down. Il vero focus dell’innovazione deve quindi essere la comprensione dei bisogni delle persone, al fine di poter favorire l’interazione tra azienda e consumatori, in una parola esperienza. L’empatia è il driver fondamentale dell’innovazione. Bisogna fare e disfare, non aver paura di mettersi in gioco, arrivare all’idea giusta passando per numerosi fallimenti. Le emozioni sono la chiave del successo.

2.David Lawrence (Shimano): cosa c’è di più facile che andare in bicicletta? Cadere dalla bicicletta? Focalizzarsi troppo sulla innovazione tecnologica a volte può portare a spostare la focalizzazione dal mercato all’azienda stessa. Pensare a un design innovativo non vuol sempre dire pensare al consumatore più sofisticato. Pensare ad un’innovazione tecnologica non vuol dire pensare solamente al consumatore più tecnologico. Innovazione vuol dire anche semplicità, di utilizzo, di pensiero, di prodotto.

3. Matt Kingdon (?WhatIf!): la creatività per se stessa è inutile, quasi pericolosa. Non si può pensare all’innovazione senza pensare al suo fine. Se tutti pescano nello stesso mare – dove il mare rappresenta la ricerca di mercato – tutti i pescatori ottengono le stesse informazioni. Ecco quindi che occorrono nuove idee, nuove formule per differenziarsi. Le barriere esistono, è per questo che occorre muoversi velocemente. Ma più un’idea è diversa, meno probabile è che si possa implementare con la linea di produzione esistente. Occorre quindi rivolgersi altrove. Il che si rivela per alcuni impensabile.

4. Tim Westergren (Pandora): quando sei un imprenditore che tratta ogni giorno di tecnologia, tutte le persone intorno a te condividono gli stessi argomenti e riflessioni. Tuttavia vogliamo che le nostre idee e riflessioni siano apprezzate anche al di fuori. Purtroppo però non viviamo tutti in una Silicon Valley, di conseguenza dobbiamo adattarci al contesto. La tecnologia quindi deve essere al servizio di un pubblico molto vasto, che non necessariamente è interessato a ciò che sta dietro a un servizio, e che sarà sempre pronto a commentare a proposito di ciò che “non si può fare” con tale servizio, piuttosto che a riconoscerne i meriti.

5. Chris Beard (Mozilla): l’open source è un modo di innovare, un modo per permettere alle persone di “essere coinvolte”. Lo stimolo a innovare in questo senso è continuo, anche se la direzione può non è chiara all’inizio. La dimensione di rischio in questi casi va calcolata, perché il fine è comunque quello di dare qualcosa che possa essere utile a risolvere problemi o a soddisfare bisogni. Da un punto di vista tecnologico, non ci sono molti “pezzi liberi” rimasti. La novità, quindi, è costituita da come i vari pezzi sono assemblati, consegnati e in quanto tempo.

Mi chiedo, a questo punto, se esista per tutti la possibilità di fermarsi, osservare, pensare e provare. Mi riferisco soprattutto alle piccole realtà. E poi, le aziende che innovano sono in grado di “fare tutto al loro interno” o hanno bisogno di appoggio esterno? Infine, quanti sono disposti a rischiare per innovare?

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