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La nostra, sappiamo, è una società frenetica, dove sono la rapidità dei tempi e la ricerca della massima efficienza a dettare le regole per il buon movimento dell’economia e della società stessa.

Tutta questa frenesia nello cercare qualcosa di nuovo ogni giorno, nel dover per forza adempiere ad un modello di consumo innovativo ci spinge spesso a cercare delle futilità, soprattutto se sul tavolo ci mettiamo le nostre nuove, e fresche, generazioni… sulle vecchie non so molto a dirvi la verità, mi arrivano soltanto echi di tempi lontani, quando le tradizioni contavano e facevano parte di quello che le persone erano, costituivano una componente essenziale per la rappresentazione di una propria personalità.

Adesso, dire che tutta questa importanza per la tradizione oggi, per noi giovani, non c’è più mi sembra un po’ eccessivo, tuttavia mi sembra indubbio che il peso relativo che questa possa avere nella vita di tutti i giorni sia diminuito di importanza e, a volte, questa importanza nemmeno esiste più.

È su un insieme di generazioni come queste, attaccate alla tecnologia, alla rincorsa assoluta del progresso, alla futilità delle cose, all’estetica senza motivo, e a molte altre cose che il marketing, e più ancora coloro che lo usano come arma principale delle loro campagne economiche, si basa per colpire il consumatore di oggi, che poi alla fine siamo noi. Si parla molto di consumatore 2.0, di ricerca di dialogo tra imprese e consumatori, ma in realtà forse anche se questi dialoghi esistono durano poco, sono come un’essenza che svanisce con l’arrivo del nuovo oggetto del desiderio…

Trovo, dunque, che sia questa la chiave per affrontare il tema del “ritorno al passato, alla tradizione”: ci manca qualcosa, è ovvio. Noi, giovani di oggi, non abbiamo fatto l’Italia, non abbiamo partecipato al miracolo economico, e non abbiamo forse più quel coraggio pionieristico che tanto ha contraddistinto i nostri avi… e forse spesso abbiamo paura del futuro, temiamo le incertezze più di ogni altra generazione e forse la “tradizione” spesso non sappiamo nemmeno che cosa sia… ne abbiamo sentito parlare, magari anche spesso, ma altrettanto spesso abbiamo alzato le spalle e dato poca importanza a quello in cui credeva chi c’è stato prima di noi… Ecco allora che arrivano le campagne basate sulla tradizione, sui valori della terra, sul buon cibo, sulla storia, sulla cultura che ha reso grande il nostro paese e noi, consumatori di oggi, li guardiamo sbalorditi come qualcosa di nuovo come qualcosa che non avevamo mai visto prima, pensando forse che acquistare quel prodotto rilanciato da un passato che non abbiamo mai visto, come un’automobile di trent’anni fa restaurata ad hoc per gli anni duemila, ma che riteniamo paradossalmente nuovo, spesso innovativo, e che apprezziamo forse proprio perché ci mancava qualcosa, perché noi “non abbiamo vissuto quei tempi splendidi”, perché non abbiamo fatto la rivoluzione degli anni ‘60”, o per mille altri motivi…

Non metto indubbio la qualità dei prodotti che rivivono il mito del passato, ma credo fortemente che il loro successo sia legato più a delle lacune del consumatore di oggi che alle loro caratteristiche intrinseche ed estrinseche.

Stefano Guerra per Marketingarena

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