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Vorrei ancora una volta parlare di un’iniziativa, nata negli Stati Uniti, che fa capire come il marketing sia in continua evoluzione per seguire i cambiamenti della società in cui viviamo, non solo in termini demografici, ma culturali e sociali.
In America 50 milioni di persone hanno una qualche forma di disabilità fisica o mentale, ma essi spendono i propri soldi così come gli altri! Tuttavia i modi efficienti per raggiungerli attraverso l’advertising sono minori: per questo motivo nasce Disaboom.com .
Disaboom nasce dalla mente di un certo J. Glen House, laureato in medicina dopo essere diventato quadriplegico in seguito ad un incidente di sci a 20 anni.
Il sito combina una parte dedicata al social networking in stile Facebook, ma allo stesso tempo si propone di fornire importanti informazioni su aspetti medici, consigli per trovare lavoro, viaggiare, ecc. l’obiettivo del sito online dal 1 di Ottobre è quello di arrivare a un milione di visitatori unici per la fine di Febbraio e di raddoppiare questo dato alla fine del prossimo anno.
La cosa importante è che l’iniziativa ha subito avuto riscontri positivi su alcuni investitori tra cui Johnson & Johnson e Ford, che hanno già firmato contratti per portare le proprie offerte all’interno del network.
La “portata” di questa iniziativa sembra a questo punto andare oltre il marketing di nicchia, sia per le dimensioni del segmento, sia per la risonanza che questo può avere anche nel sociale.
Alla luce di quanto appena descritto, quali possono essere le implicazioni future che internet permette?
Maggiore voce per le “minoranze”?
È chiaro che iniziative di questo tipo portano sicuramente a risultati in termini di visibilità e coesione per gruppi che altrimenti rimarrebbero “invisibili”, non solo – evidentemente – alle aziende, ma anche e soprattutto alle altre persone.
Cambiano I modelli tradizionali di creatività pubblicitaria?
Aziende come McDonald’s, Verizon Wireless, Sears e Honda hanno già provveduto a mostrare persone con disabilità nelle proprie pubblicità. Kohl’s usa manichini in sedia a rotelle nelle vetrine dei propri negozi.
Ora, non volendo assolutamente aprire argomenti su aspetti etici o di discriminazione, sarà possibile in futuro vedere di più questi aspetti anche nelle pubblicità tradizionali, dato che stiamo parlando di cambiamenti reali che avvengono nelle nostre società? Sarà possibile fornire messaggi che aiutino in qualche modo l’integrazione e il rispetto reciproco?
Troppa targetizzazione?
Infine una provocazione: internet permette di dare voce a tutti, e permette infinite possibilità di espressione delle nicchie (o presunte tali). È possibile che a lungo andare si segmenti a tal punto l’audience che tutti apparterremo ad una determinata categoria (paradossalmente a discapito di quello che oggi è il consumatore post-moderno)?
Filippo Minelli
Fonti: the new york times; corriere.it

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