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Mostre virtuali, biglietti elettronici via cellulare: il digitale amplia l’offerta artistica e impone un ripensamento del rapporto tra l’opera d’arte e il suo pubblico.
Acquistare un biglietto elettronico e stamparselo a casa o ricevere un codice a barre sul telefono cellulare, sono solo alcune delle utilissime esemplificazioni del trasferimento delle tecnologie industriali al settore culturale. Un passaggio che va dall’esportazione pura e semplice di una prestazione come l’e-ticket alla partnership tra istituzione culturale e impresa (la British Telecom ha aiutato los viluppo del sito per la Tate Gallery, il Louvre si è legato ad Accenture secondo un mecenatismo di competenza e con Blue Martini per una patnership tecnologica).
Il tasso di penetrazione tecnologica è in verità ancora limitato, forse nemmeno tanto per mancanza di volontà da parte delle istituzioni ma più per paura che il proliferare anarchico dell’informazione, figlio della diffusione digitale incontrollata.
Timori a parte, il settore dei beni culturali sta avendo grande giovamento dall’introduzione delle nuove tecnologie digitali; palese è la potenzialità di conservazione del patrimonio, sia dal punto di vista del monitoraggio e della catalogazione, sia da quello della preservazione fisica e del restauro. Ma non meno importante è l’apporto dei nuovi media digitali sia nella ricerca scientifica sia nella divulgazione e nella didattica in ambito artistico, pensiamo per esempio alla diffusione nel mercato dell’editoria elettronica dei titoli su CD-Rom dedicati all’arte.
Soprattutto però le tecnologie digitali permettono un accesso più facile ai contenuti artistici: è infatti possibile creare link tra un opera e la sua documentazione, una pagina di un catalogo, un’immagine museografica, una registrazione sonora, un film, dei riferimenti bibliografici; ascoltare un commento a un opera sul sito o durante la visita, scaricando un file MP3 sul proprio lettore personale. La gamma delle esperienze culturali, così si allarga: mostre virtuali, preparazione o accompagnamento interattivo alla visita, dossier pedagogico, e così via (ad esempio è possibile visitare tridimensionalmente la Galleria degli Uffizi di Firenze); la natura interattiva ed ipermediale del Web, si presta a fornire agli utenti tutte quelle informazioni di contesto che facilitano la comprensione storica di un reperto o di un quadro.
Il carattere nuovo della visita porta una ventata di freschezza nella dimensione classica della mostra, collocandosi come supporto e alternativa e non come un sostituto all’esperienza tangibile di entrare in un museo. In fin dei conti il rischio da evitare è proprio questo: la sostituzione del digitale con il reale.
La voglia dei musei di aprirsi alle tecnologie riassume alla fine la volontà degli stessi di sincronizzarsi con il mondo contemporaneo, secondo uno spirito che è agli antipodi di quella “santuarizzazione” di cui spesso vengono accusati, ma facendo dell’opera d’arte un libro aperto, che tutti possono leggere agevolati dagli strumenti più utili.
Grazie ad una gestione dinamica, l’organismo culturale diventa un vero e proprio centro di ricerca, articolando la dimensione teorica e creativa, scientifica e artistica, facendosi contaminare da settori più disparati e riconquistando le masse. L’ostacolo maggiore a tutta questa libertà? Le leggi sul diritto d’autore; basta pensare alla corsa alle acquisizioni dei diritti per la riproduzione da parte di colossi dell’informatica.
Tanto per fare un esempio Bill Gates, patron della Microsoft, si è assicurato i diritti sulle riproduzioni dei quadri di musei come l’Ermitage di Pietroburgo e la National Gallery di Londra. Magari è il business di domani che ne dite?

Ilaria Paparella

Fonte : Ventiquattrore

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