Email this to someoneBuffer this pageTweet about this on TwitterShare on Google+Share on LinkedInShare on Facebook
Ho recentemente letto un interessante articolo su gli science centre, musei particolari che mischiano amore per la conoscenza e divertimento. Il tema mi sembrava interessante e ho voluto capirci di più.
Questi “cantieri della conoscenza” non hanno stanze ma un unico grande sazio aperto dove i visitatori hanno la possibilità di misurarsi in prima persona con la scienza stimolando la curiosità di conoscere e il piacere di capire come funzionano le cose e la natura. Al posto delle solite collezioni, gli science cenrtre espongono colorati marchingegni da manovrare, zone dove fare singolarmente o in gruppo esperimenti, offrono fenomeni di esperienza e trovano la loro giustificazione d’esistere nella funzione educativa, culturale e sociale. Funzione che è stata per molti anni, almeno dlla fine degli anni ’60, quando dagli Stati Uniti è scoppiato il boom di questi musei particolari, da una prevalente funzione didattica, spesso complementare a quella scolastica.
Ma come si pubblicizzano questi parchi, che marketing usano? Haimè, è facile dare un’occhiata ai vari siti web o a qualche brochure per capire che tutta l’attenzione è posta sul fattore “divertimento”. Nulla di male, sia chiaro, ma con questo posizionamento i competitor sono tutti più agguerriti perché ci si sposta dalla formazione per passare all’entertainment e si rischia di compromettere la natura stessa del centro che diventa alla stregua di un parco giochi per bambini. Poca attenzione alla profondità delle tematiche quindi, che spesso non vanno al di là dei programmi di studi delle scuole medie.
La Gran Bretagna ne ha pagato per prima le conseguenze di questo posizionamento sbagliato, dove negli ultimi anni diversi musei interattivi hanno chiuso, ma anche “The big Ides”, lo scienze centre scozzese allestito nella fabbrica di dinamite a Irvine ha chiuso nel 2003. Esempi positivi comunque ce ne sono, e questa volta provengono dal sud Italia: la fondazione Idis, Città della scienza di Napoli si contraddistingue per il radicamento nel territorio, espressione della concezione di uno science centre inteso come motore culturale ed economico che fa emergere e impiega le risorse locali con strutture come l’incubatore d’impresa e il centro di formazione, e per le innumerevoli collaborazioni nazionali e internazionali volte a sostenere le attività di ricerca e sperimentazione sul rapporto tra cittadini e scienza, e lo sviluppo di una cittadinanza scientifica.
Napoli, insieme al City Museum di St Luis ( fatto con scarti industriali, pezzi di ponti, aerei abbandonati) sono due buoni esempi che dimostrano coem un museo non è solo un luogo dove i visitatori ricevono informazioni o conoscenze, ma un luogo dove sono chiamati a costruire insieme concretamente il museo, rendendolo unico e divenendone autori.
Questi luoghi sono potenzialità uniche per costruire un dialogo tra scienza e società, ne andrebbero costruiti degli altri e andrebbe reso protagonista l’utente. Lasciare il segno è un’attività fondamentale dell’uomo, la partecipazione è ormai un caposaldo dell’economia moderna, perché allora proibire invece di costruire un significato a partire dalle tracce lasciate dai visitatori?
Ilaria Paparella

Fonti : Ventiquattrore
http://www.cittadellascienza.it
http://www.slsc.org/

Commenti