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Videogames, che passione. Ma, come tutti gli hobby, può diventare un lavoro. Se infatti siete dei gamer, vi consiglio il libro edito da Multiplayer.it Edizioni, “Pagati per giocare”. I tre autori Rush (donna, consulente del lavoro), Hodgson e Stratton (autori di videogame) hanno scritto un vero e proprio manuale con informazioni molto pratiche per chi volesse diventare un giocatore professionista. I giocatori di maggior talento addirittura hanno i propri sponsor privati, si allenano, partecipano a tornei con montepremi ricchissimi (esempio: World Cyber Games 2006, a Monza; 462mila euro), possono anche far parte della nazionale!

Questo incredibile business e interesse in generale è reso possibile dall’impetuoso sviluppo del mondo dei videogames, dagli anni 80 ad oggi. Team composti da pochi appassionati, si sono trasformati in industrie. Nel 2005 il mercato dei videogames valeva 742 milioni di euro e cresceva ogni anno del 16,6 %. A dispetto di un alto numero di gamers, in Italia sono molto poche le aziende attive nella produzione di videogiochi e i motivi li spiega Paolo Giacomello, fondatore di Idoru, società padovana che si è specializzata in giochi sportivi come beach volley e basket. Giacomello sostiene infatti che gli investitori abbiano diffidenze verso il mondo del software (eccettuato il software per uffici e banche), preferendo finanziare la costruzione di beni tangibili come una sedia, un mobile…Un secondo motivo è invece relativo al mondo universitario, che forma ingegneri e informatici che non possiedono però le conoscenze specifiche e pratiche per poter lavorare nell’industria dei software.

Il risultato: i programmatori di software lavorano per piccole software-house italiane (meno di 20, nella produzione di videogiochi) oppure migrano in Europa o negli Usa. Fioriscono infatti dappertutto, eccezion fatta per la realtà italiana, corsi universitari e non in game design, con la conseguente fioritura dell’industria dei videogames nei relativi paesi. Certo, in Italia c’è anche un forte problema riguardante la pirateria che ostacola l’iniziativa privata, però mancano anche le strutture e le possibilità per allevare i giovani talenti.

Alla fin fine comunque, ciò che conta è la passione e il coraggio di investire su sé stessi. Molti autodidatti si rivelano infatti molto più preparati di alcuni ingegneri e riescono a ricavare una propria nicchia nei giochi per i cellulari o le consolle portatili…e da li, il salto verso una grande software house potrebbe essere vicino…

Luca Crivellaro per marketingarena

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