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Da studenti universitari, prossimi alla laurea e di conseguenza pronti per l’inserimento nel mondo del lavoro, sentire l’opinione degli imprenditori “sui giovani” è stato a dir poco sconfortante. D’altronde, se già un manager esterno con esperienza, trova molte barriere, nel farsi accettare all’interno dell’azienda è chiaro che le difficoltà aumentino per un giovane in cerca della prima esperienza lavorativa. Nelle pmi l’inserimento di giovani laureandi (o laureati che siano) viene visto, mediamente, dagli imprenditori delle pmi come un costo aggiuntivo per l’azienda, non come una reale opportunità di crescita per la stessa.
Difficile dar torto agli imprenditori su un punto: uno “stagista” rimane mediamente per 3 mesi in azienda, (uno stage di economia dura solitamente dalle 125 alle 500 ore) un tempo utile soltanto per capire come funzionano i rapporti di forza all’interno dell’impresa, qualche meccanismo e poco altro. Obiettivamente una pmi composta da 9 persone non può permettersi il lusso di impiegare una persona per “svezzare” un giovane laureando. Ma è davvero così impensabile investire sui giovani?
Assistendo al convegno “Piccole imprese, grandi innovatori, ovvero il nord est del futuro” tra tutto quello che veniva presentato come innovazione, per noi studenti che ascoltavamo in platea, non c’era niente di realmente nuovo. Ci siamo ritrovati a stupirci del fatto che certi metodi di lavoro, in primis “l’analisi di mercato” fossero presentate come un qualcosa di nuovo capace di generare innovazione.
Se l’università da un lato pecca in presunzione nel fornire al mercato del lavoro studenti con valide basi teoriche ma scarse conoscenze delle realtà lavorative con le quali dovranno convivere, le aziende sembrano ancora credere poco nella possibilità di assumere dei giovani e inserirli gradualmente al loro interno per poter costituire un percorso di crescita comune.
Senza dubbio università e impresa hanno una cultura diversa, attualmente parlano linguaggi differenti, non si interfacciano tra loro in modo fluido. Qual è allora la via d’uscita? Come fare incontrare domanda e offerta riducendo il gap mentale e di preparazione (a detta degli imprenditori)? Certamente il nostro approccio, pur essendo abbastanza incentrato sulla teoria, ci fa almeno comprendere le dinamiche di mercato delle imprese e ci pone in qualche modo in grado di dialogare efficacemente sugli aspetti strategici. L’imprenditore sa fare altrettanto verso di noi, sapendo sfruttare le nostre conoscenze in un’ottica di investimento, piuttosto che valutandoci come un costo per la formazione?

Gianluca Marconato e Filippo Minelli

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