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Un modo tanto intelligente quanto poco usato di fare marketing con i consumatori meno appassionati di tv è sicuramente quello di inserire la pubblicità nei videogiochi: infatti se è vero che i videogamers più accaniti non seguono i media di massa perché questo, in linea di massima, non fanno parte del loro stile di vita, preferendo ad essi un impegno del tempo libero più ludico e più attivo, è vero anche che si trovano ad essere tra quelle poche persone molto poco bombardate di stimoli video e audio pubblicitari… e allora ecco spiegato il motivo per cui alcune aziende stanno inserendo, volontariamente o involontariamente (da un punto di vista di marketing), i loro brand negli appositi videogiochi: dalla casa automobilistica che presta il suo nome al fine di ottenere un migliore realismo da parte dei game producers, a quelle aziende che comprano i cartelloni a bordo dei campi virtuali dei giochi sportivi.
In questa sede non mi interessa voler capire se queste tecniche possono essere o diventare un fenomeno invasivo, o se sono eticamente non corrette; lo scopo della mia focalizzazione sull’argomento non è quindi voler fare una presa di coscienza sull’argomento o su un marketing che sempre di più sta superando i confini della liceità morale, e nemmeno voglio prendere parte ad un dibattito simile a quello che vede coinvolto il mondo del cinema in questi giorni… Il focus, in termini di business, deve essere fatto, a parere personale, sulla capacità che molte aziende dovrebbero avere o che potrebbero sviluppare entrando in questi mercati, senza però invadere la mente di consumatori tanto attenti: il videogamer accanito molto probabilmente si accorge immediatamente se un modello pubblicitario è stato inserito con uno scopo che è fine a se stesso e questo invece che stimolarlo potrebbe avere un effetto puramente negativo e contrario sul consumatore stesso.
In conclusione vi è, dunque, la necessità di risaltare 2 concetti: in primo luogo le aziende non dovrebbero, come spesso accade, snobbare questi segmenti di mercato, ma impegnarsi al fine di poter sviluppare modelli di business alternativi e innovativi, e in secondo luogo esse dovrebbero cominciare a lavorare su modelli che passino inosservati all’occhio del consumatore e che, invece di rappresentare un controincentivo, risultino essere una leva per la creazione di un’immagine di marca anche all’interno del gioco stesso.

Stefano Guerra per Marketingarena

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