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Nuovo logo per la Fiat, nella forma e nel colore, ispirato allo scudo delle vetture Fiat del passato (quelle tra il 1931 e il 1968). Un marchio nuovo a rimarcare come la Fiat sia cambiata. Il nuovo logo campeggerà sul frontale della nuova Bravo, compatta del segmento C che verrà presentata a Roma il prossimo 29 gennaio. Il management Fiat ultimamente funziona alla grande, soprattutto per quanto riguarda il marketing e la comunicazione. Non era facile cambiare la percezione del brand, adagiato su posizioni remissive di sconfitta annunciata per circa un decennio. Fiat significava auto di scarso appeal, rumorose, affidabili certo, ma anche qualitativamente deludenti: questo fino a circa 3, 4 anni fa. Il nuovo corso ha dato una decisa sferzata dimostrando di essere all’altezza dell’incarico. Oggi Fiat significa Grande Punto, Panda, Croma: auto che convincono e si vendono: auto dai contenuti tecnici molto interessanti e in alcuni casi veramente innovative (ad esempio la versione della Grande Punto con il dispositivo Bluetooth). Oggi Fiat significa anche una comunicazione fluida, attuale, per certi versi pure emozionale. Il cambio del logo sembra una cosa di poco conto, o una trovata fine a sé stessa, e invece no. Bene hanno fatto gli uomini Fiat a lanciare una campagna sui principali quotidiani nazionali reclamizzando questa novità. E bene hanno fatto a citare la Nuova Bravo, auto che si preannuncia la vera sorpresa della prossima stagione (iniziare a parlare di quest’auto, anche se non ancora pronta per il debutto sul mercato è una strategia che crea interesse nei confronti del modello).
Unica caduta di stile per quel che riguarda l’aspetto comunicazione di Fiat negli ultimi mesi è stata la “soap-opera” relativa alla soundtrack dei vari spot televisivi: prima il caso Vasco Rossi, poi il mancato accordo con i White Stripes per la concessione dei diritti di “Seven nation army” (canzone che nell’immaginario italiano è legata al tormentone dei mondiali di calcio) risolto con un brano-farsa ispirato smaccatamente proprio al motivo centrale di “Seven nation army”. Un peccato veniale, in confronto ai notevoli balzi in avanti fatti negli ultimi tempi.

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