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Siamo in una fase in cui questo blog tratta ancora periodicamente i grandi temi, questo per farvi conoscere un pò le mie opinioni e capire se i miei dubbi sono anche i vostri o se io sono un animale strano. I dubbi di oggi sono legati al placement o recruiting che dir si voglia. Ho sempre pensato che avanzando con gli studi l’università avrebbe fornito un servizio di placement piuttosto corposo soprattutto per chi, come me, fra un annetto e qualcosa pensa di lasciare banchi e professori per capire come funziona il mondo la fuori, il tutto con una laurea specialistica in tasca, titolo che negli intenti del nostro ministro dovrebbe essere una sorta di chiave magica per ogni porta.
Va dato atto all’università di offrire opportunità ed incontri, annunci sul sito e altre segnalazioni. Devo però dire che la sensazione che aleggia è quella di posizioni nebulose, quasi specchietti per allodole, le più concrete sono invece legate a realtà locali da non sottovalutare ma che comunque non rispondono alle aspirazioni di chi si aspetta di vedere il mondo. Ulteriore via sembra lo stage all’estero con tanto di speranza di assunzione, ciò che colpisce però è l’esigenza di essere molto “self made” nella ricerca di un posto adatto. Di contro dico che resto fiducioso nel “trovare un lavoro”, ritengo insomma che ci siano delle posizioni aperte, non sono quindi drastico ma non capisco dove si nascondono le posizioni cui tutti aspirano. Il primo fattore che segnalo è quindi l’incertezza, ulteriore denuncia che molto condividono è la discutibile valutazione della preparazione extra-scolastica da parte dell’università. Io in questo caso sono palesemente di parte e ammetto la mia scarsa voglia di studiare e aspirare a una valutazione (nella laurea triennale) consona alle aspettative di placement sopra indicate, credo però anche di aver utilizzato il tempo in cui i libri erano chiusi per fare cose vicine all’arricchimento del mio bagaglio culturale, e anche delle mie conoscenze di marketing. Credo insomma che nessuno riconsoca i libri letti ma che “il dottore non aveva ordinato”, cosi come la ricerca di migliorare le proprie skills nelle lingue straniere, purtroppo non ci sarà tempo di rifarsi in azienda (almeno per chi vive esperienze simili e non ha la possibilità di cercare di invertire la rotta con un buon voto nella laurea specialistica), le aziende infatti si affidano al 105/108/110 delle università, creando un circolo virtuoso che relega nel limbo talenti ben migliori del mio che però l’università ha classificato come meno bravi di quelli che hanno imparato a memoria 30 libri in 3 anni e hanno gustato il 110, alla fine è un libro al mese, azzerando la propria vita sociale non sembra un’impresa titanica no? Sperando nella elevata mobilità a 3 anni del mercato del lavoro.. 🙂

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